La Trasfigurazione nel Mito

Testo di Giovanni Tidona

Una volta – quando il Mito era Legge – il racconto mitico si mostrava inviolabile al suo uditorio, e si caratterizzava per la sua univocità e verità: il racconto non era messo in discussione, perché lo si accettava fideisticamente, e veniva recepito non come favola ma come realtà _(tale è infatti una delle accezioni della parola _mythos che noi moderni abbiamo rifiutato). Oggi, e da un po’ di tempo a questa parte, il fascino del mito viene invece ravvisato nella sua capacità di apertura all’interpretazione: perché una volta violata quella chiusura e inaccessibilità che è propria della religione latu sensu, si può esercitare sul mito l’analisi, la spiegazione, la ricostruzione, la storicizzazione, il recupero. Questa mossa di ritorno al mito è però problematica: se non altro perché spesso ci si accorge che è difficile integrare le coordinate mitiche con quelle “razionali” (le virgolette sono inevitabili); ma ad ogni modo è proprio la densità e la complessità del mito che ancora incuriosisce l’ingegno degli artisti, e che si sostanzia in questa esposizione nelle vesti dell’Icaro, figura mitica che Sasha Vinci vuole intendere come chiave di volta della sua ultima produzione artistica.
Chi sia Icaro è un fatto abbastanza noto: diremo subito che qui lo si intende come un uomo che si è trasfigurato, prima in uccello (oltrepassando i limiti della sua dimensione terrestre), e poi in figura mitica, nella fattispecie in paradigma negativo: Icaro è infatti colui che è punito perché si è avvicinato troppo al cielo, che è sede degli dèi e non degli uomini. Ma può essere riduttivo insistere sulla colpa di Icaro, che magari ricorda anche un’altra colpa, quella dell’Ulisse dantesco, a sua volta troppo stigmatizzata: è interessante invece volgersi all’altro lato del racconto, il cui protagonista è il padre di Icaro, Dedalo.
Il nome di Dedalo deriva dal verbo greco daidàllo, che significa “lavoro con arte”; egli fu infatti istruito da Hermes nell’arte dell’architettura. Condannato a morte, ad Atene, per aver ucciso il nipote e allievo Acale, riesce a fuggire e ripara presso Minosse a Creta, dove costruisce il labirinto di Cnosso per il Minotauro e nel quale viene rinchiuso insieme al figlio per aver favorito gli amori di Pasifae con la bestia, o per aver dato il filo ad Arianna. Dedalo rappresenta nella mentalità greca una figura ben specifica, che è quella del technìtes, cioè del maestro, del fabbro, dell’artigiano, di chi ha la capacità e il ruolo sociale di esercitare la tèchne. La figura del technìtes (che per i greci è molto controversa) è quella che sta al centro del mito di Icaro; perché è a causa della tèchne, cioè dell’arte di Dedalo che il figlio Icaro muore. Ciò, che apparentemente potrebbe spostare la colpa da Icaro al padre, è in realtà il tentativo del racconto di tematizzare la dimensione dell’arte (intesa nel suo significato originario, e cioè come produzione, inventiva, tecnica) nel rapporto con le sue applicazioni, o con i suoi prodotti; e soprattutto di attestare la capacità dell’arte di trasfigurare gli oggetti aprendo un varco tra mondi eterogenei e altrimenti non conciliabili (come la terra e il cielo, la natura terrestre e quella volatile); insomma la facoltà della tecnica che è in grado di mutare la natura e il corso delle cose, che può stabilire un tratto d’unione tra l’impossibile e il possibile, tra il possibile e il reale, tra la potenza e l’atto.
La scultura è così, prima ancora che creazione, intervento sulla materia che consiste in una rielaborazione della materia stessa, volta adesso a fini diversi da quelli originari: e ciò risulta ancora più plausibile se teniamo conto che l’arte scultorea ha ormai abbandonato – ammesso che l’abbia mai intrapresa - la ricerca della mimesi (della presunta corrispondenza alla realtà) per oltrepassare la figurazione e la semplice referenzialità, e invece inventare nuove strategie di tras-figurazione, di riassestamento delle nostre categorie visive ordinarie e di rifiuto dell’oggetto così come ci è restituito dal senso comune. La specificità dell’arte risiederà allora nell’essere in grado di schiudere nuovi universi di significato, di farci guardare da prospettive che non sono ancora aperte ai nostri sensi e di risemantizzare una materia (o una forma) che sembrava aver già detto tutto; perché ciò possa avvenire, è necessario un buon technìtes, un bravo artigiano che sappia maneggiare le potenzialità della tecnica: così come Dedalo riuscì a risemantizzare la cera e a farne collante per le ali, per poter permettere ad un animale terrestre di librarsi in volo e guardare la terra dall’alto (e sempre più in alto).
Non è un caso che il materiale utilizzato da Dedalo sia la cera: questa è corruttibile, caduca, si fonde se riscaldata e cambiando forma perde il suo potere adesivo: la cera sciolta ci ricorda dunque quel lontano ma ineliminabile rapporto di appartenenza tra il mondo e gli strumenti con cui ci muoviamo nel mondo; ed è per una scarsa consapevolezza dei limiti della tecnica che Icaro precipita (lui che appunto non era technìtes, a differenza del padre che si salva). Così la favola di Icaro contiene ante litteram l’esposizione di una delle prime funzioni dell’arte: la costruzione di qualcosa d’altro a partire da un materiale grezzo preesistente, un qualcosa d’altro che non possiede solo le qualità che erano del blocco di marmo, dell’impasto di colore, del gesso ma che ne ha acquisite altre, più grandiose e complicate; ed è questo il tributo che l’arte di Sasha vuole offrire al mito bifronte di Icaro-Dedalo, pensando la scultura come il continuo studio alla trasfigurazione di una materia che, sebbene in ultima analisi soggiogata alle leggi e alle proporzioni naturali, tende sempre ad allontanarsi da queste, e a riscrivere queste leggi reinventandone le forme, le modalità, ingegnandosi a vedere una nuova logica dei corpi e degli elementi dove l’occhio abituato all’ordinario non ne scorge alcuna.