Agave / In Natura

Testo di Eleonora Raspi


Polipo pietrificato. / Metti cinghie di cere / al ventre dei monti / e denti formidabili / alle gole dei monti. Polipo pietrificato.
Federico Garcia Lorca, “Agave”, 1921

Nella piccola piazza asimmetrica antistante alla Chiesa di San Bartolomeo, fulcro della vita religiosa di Montegemoli, Sasha Vinci e Maria Grazia Galesi presentano un’installazione site-specific composta da due elementi scultorei e simbolici, e tratti dalla vegetazione caratteristica sia delle colline toscane sia della terra siciliana.

Maschile e femminile si uniscono, si mescolano e si scontrano nell’opera In Natura. Un’agave bianca con il fusto in pre-fioritura si erge al centro della piazza, là dove si ergeva una delle torri medioevali d’avvistamento, poi demolita per volere del parroco locale nel 1831. Proprio qui gli artisti decidono di posizionare l’agave, come a sottolineare tale ferita architettonica e urbanistica, e ad occupare maestosamente quello che prima era una posizione destinata alla difesa e protezione del paese.

La vista del paesaggio sottostante è quindi di nuovo interrotta, questa volta da una forma organica, e al tempo stesso artificiale, priva di alcuna funzione militare o commerciale: un’agave nata tra le pietre bianche di una pavimentazione da cartolina, come un “polipo pietrificato”.

Fa da contraltare una distesa di foglie bagnate nel gesso e posizionate a forma di triangolo, rivolto in direzione opposta alla chiesa. Un triangolo disegnato con la punta verso il basso, verso la stessa agave, come a marcarne la presenza e ultimo canto di vita. Il triangolo, rappresentazione antica della Terra, è – secondo la cultura patriarcale – simbolo per eccellenza dell’uomo, dell’elemento dell’acqua e del femminile. Il triangolo è mente, corpo e spirito del mago. Per la Chiesa Cattolica, diventa simbolo di perdizione e peccato, negazione di purezza e santità, tanto da essere accostato al demoniaco.

Un contrasto, quello tra il femminile e la vigorosità del fusto dell’agave, che omaggia e s’innesta nel lavoro antropomorfo e androgino che Vinci e Galesi portano avanti da anni, attraverso la modellazione di figure tragiche e sofferenti, ferite e imprigionate nella loro trasfigurazione. Un incesto doloroso di natura e umanità.

In questo senso, l’agave non fa eccezione. L’eleganza del colore, l’armonia delle foglie e l’equilibro degli elementi celano la drammaticità dell’opera stessa, contemporaneamente eco del gesto tormentato degli artisti in fase di lavorazione. Nel momento della costruzione stessa del lavoro, non si trova nessuna distanza tra la scultura e il corpo degli artisti; l’intelletto è negato in un armonioso e traumatico dialogo con la materia. I loro gesti sono violenti, materici e espressivi, verso la distruzione dei materiali a loro disposizione (stracci, gesso, aste di ferro) e, infine, la loro trasformazione in una composizione astratta e armonica.