P.H. Pélios / Hélios

Atrio del Comune di Scicli - via Francesco Mormino Penna 23 - Scicli
23 dicembre / 05 gennaio 2013

P r e f a z i o n e

27 dicembre 2008 / 11.25 ora locale / Latitudine 31° 30' N / Longitudine 34° 28' E
Un suono assordante di sirene, grida di orrore e paura. Schiantano le bombe israelite dell'operazione militare “Piombo Fuso” sul terreno della città di Gaza. In mezzo alla polvere, al disastro delle macerie di una città distrutta, una madre raccoglie i corpi sfigurati ed esanime dei figli.

23 dicembre 2012 / 11.25 ora locale / Latitudine 36°47'28"68 N / Longitudine 14°42'7"92 E
Silenzio nello studio di Sasha Vinci, un odore acre avvolge l’intero ambiente. Del piombo rovente ed altamente tossico cola su una lastra, formando due sagome di bambini.

Un suono contro l'orrore e la violenza viene emesso dall'installazione-performance di Sasha Vinci giorno 23 dicembre 2012 nell’atrio del Comune di Scicli in occasione di "Crossing Over - Frequenze di ricombinazione", per non dimenticare mai le brutalità provocate dai crimini di guerra.
All’interno dello spazio istituzionale due lettini in ferro battuto, aventi per materasso un manto di erba e terriccio, accolgono due sagome di bambini realizzate in piombo. Dalle due figure partono numerosi fili alla cui estremità sono allacciati dei palloncini rossi gonfi di elio.
I bambini adagiati sul terriccio simboleggiano i massacri dei bombardamenti che hanno causato la morte di un gran numero di innocenti nella città di Gaza.
Un motivo acustico è il cuore principale di tutta l’installazione site specific di Sasha Vinci. Si tratta di una composizione musicale scritta e composta dall'artista e registrata con la collaborazione del sound designer Vincent Migliorisi. Trasmessa in loop, essa è reiterata continuamente come una cantilena, allo scopo di creare un moto ciclico continuo che evoca la triade delle note legate alla terra: mi, la, si.
Durante la serata del 23 dicembre 2012, nell'Atrio del Comune di Scicli, le persone si immergono in un magma simbolico di suoni e parole. Entrano nella valle saturnina del dolore, dei martiri, dei flagelli, della morte e del sapere disincantato, per vivere un senso di sospensione ed essere proiettati in una dimensione estranea al reale quotidiano.
Nella registrazione ogni singola traccia si conclude, di volta in volta, con una trasfigurazione dell'accordo: il mi si proietta verso il cielo, trasformandosi in un fischio assordante in do sovracuto che non permette più un chiaro ascolto. Questo suono evoca l'asse mi-do dei riti e della collettività, il momento dell'azione, dell'atto performativo, un segnale ben preciso in cui gli astanti sono invitati a recidere il filo che lega i palloncini di elio al piombo, per liberarli e farli volare.
Il do rappresenta il cambiamento, il coraggio di osservare al di là, una nota celeste che vive nelle altezze, collocata più in alto rispetto alla triade mi la si. Il do è un oceano di luce pervaso da suoni acuti. Questo è l’incipit dell’amore, della collettività umana, della forza che da l’avvio alla liberazione, al gesto di tagliare e liberare i palloncini dal piombo, simbolo dell’infanzia negata dei bambini massacrati nella città di Gaza.
Il volo trova però un impedimento fisico. I palloncini si ammassano nel soffitto del Comune di Scicli innalzandosi ad immagine dell'irrisolta questione arabo-palestinese.

L'opera di Sasha Vinci è una riflessione sulla pace verso un argomento contorto e controverso che merita l'attenzione di tutto il mondo.



ATTRAVERSO

P.H.
Pélios / Hélios

Madīnat Ghazza – l’aria torrida iniziava ad essere sempre più palpabile in quel giugno subtropicale, come ogni anno privo di piogge, arido e cocente. Al levar del sole si intravedevano già i primi fiori di ficus, <> pensò Ali Kamil svegliandosi dopo un bellissimo ricordo. E quegli ulivi fragranti in autunno, che demarcano i confini della città, se solo avessero potuto parlare per raccontare cosa si vede oltre, com’è fatto il deserto del Negev, luogo incantato, appena conosciuto da Ali Kamil e già costretto ad essere dimenticato alla sola età di tredici anni. La madre gli narrava tante storie riguardanti quel deserto: gli raccontò di quando fu attraversato da San Giuseppe e Maria per raggiungere Be'er Sheva e poi proseguire sino ad Eliopoli, <> gli diceva. Sansone, Adriano, Alessandro Magno, e ancora tanti altri eroi e filosofi, gli raccontò pure dell’amore tra Cleopatra e Marco Antonio. Terra di incontri continui tra civiltà di tutto il mondo, ma anche di scontri. Soprattutto di scontri. E questo - la madre - glielo raccontava pure, era bene che conoscesse sin da piccolo la sorte ereditata dalla sua terra natia. Ma Ali aveva già veduto negli occhi della mamma ogni cosa che gli veniva raccontata, negli occhi del nonno aveva già veduto, nei volti della gente del suo paese, nei silenzi, nei segreti. Aveva veduto tutto, come storie che già si conoscono prima ancora di essere raccontante.
Quella mattina non ci si poteva ancora lavare, mancava nuovamente l’acqua. Pure la luce. Tutta la città era spenta a causa del bombardamento alla centrale elettrica, e Ali aveva ancora conservato il volantino caduto dagli aerei che preannunciavano l’attacco. Lo guardava spesso. In quelle parole che incitavano la gente ad evacuare e salvarsi il prima possibile, anche se solo immaginate, vedeva rassicurazione. Ma erano falsi preavvisi perché l’uomo cattivo sparava subito e velocemente, non vi era il tempo di scappare.
Non più una notizia, non più una novità al telegiornale palestinese, trasmissioni interrotte dalla mancanza di corrente elettrica. Giornate silenziose, isolate. Solo il dolore teneva compagnia e, nonostante gli sforzi della madre che provava a distogliere le curiosità del figlio, Ali si rese subito conto che ogni persona, ogni cosa tremava, gemeva.

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Il declino di una civiltà è una strada muta ove foglia non nasce o cade o sverna.
Ogni paesaggio è incolore, inodore, ogni uomo non ha più età che distingua un bambino da un adulto, tutti sono trascinati e coinvolti nei crimini di quest’uomo che non è più un uomo, non si sa cos’è

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Beit Hanun - Al mercato un tramestio di gente rendeva chiassoso un pomeriggio assolato. Uno zibaldone di persone raccolto nei propri da fari, nei propri pensieri. Tanto sole, tanta luce che rifletteva sulle case chiare, sulle tende, sui volti dei passanti, sulle semi vuote casse di legno contenenti viveri e oggetti. Iman e Huda Nabil, due fratelli di undici e tredici anni, erano lì per comperare da mangiare ai loro parenti, ma l’attacco israeliano aveva bloccato definitivamente i varchi e danneggiato i tunnel che collegavano la città al commercio. Il loro padre non poteva essere seguito da nessun medico poiché gli ospedali erano stati resi inagibili per via dei bombardamenti, né si importavano più le medicine necessarie per la sua guarigione.
Niente da portare a casa, niente cibo abbastanza per sfamare tutti, niente farmaci per il padre.
Diversi minuti di vicendevoli sguardi fecero nascere nei ragazzi la consapevolezza di una fine arrivata troppo presto. Ogni cosa che passava sotto i loro occhi - improvvisamente - rabbrividiva in silenzio.
Nishtagea….. Tante domande che non troveranno mai risposta.
<> confidò il più grande all’altro fratello. Una prigione a cielo aperto. Eppure il mondo è pieno di gente, di nazioni e di comunità internazionali.

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La cognizione del dolore è fatta di piombo fuso, è qualcosa che inevitabilmente intossica. E può intossicare tutto un intero paese. Ereditare questo piombo vuol dire nascere morendo in un suono duro capace di trascinarti in una terra disincantata. Ereditare questo piombo vuol dire crescere in una popolazione che non ha più cultura, storia, che non ha più niente da raccontare. Questo piombo è così pesante da arrestare il volo gioioso dell’infanzia, questo piombo è così pesante da trasformare una terra promessa in una terra maledetta.

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Perché così tanto silenzio, ci si chiede.
Un palloncino che vola prende quota in silenzio, ma deve pur esserci una mano che lo liberi e lo riporti in alto. La volontà di liberarlo e portarlo in alto è il miracolo che l’uomo compie per un altro uomo ed è un dovere di tutti.

Martina Tolaro



Foto
Carmelo Giannone
Luca Migliore

Ufficio Stampa
Carmela Grasso